L’industria italiana è la seconda in Europa dopo la Germania, ma il Paese non se ne rende conto e soprattutto lo ignorano i giovani per i quali la fabbrica ha perso la capacità di attrazione di un tempo.
A rilevarlo è il Rapporto elaborato dal Cnel intitolato “La scomparsa della fabbrica” e realizzato sulla base di una ricerca elaborata dall’Ipsos, la prima di una serie di indagini sul riposizionamento delle aziende italiane dopo la crisi.
La ricerca indaga vari aspetti dell’attività manifatturiera per cogliere la percezione dell’opinione pubblica sulla struttura economica del paese, per capire come si pongono i giovani di fronte al lavoro, per sondare le ragioni della perdita di attrattività dell’industria ma soprattutto della fabbrica come luogo di produzione di lavoro e ricchezza.
L’industria
Il primo dato che sembra emergere è la scarsa percezione del ruolo dell’industria nazionale manifatturiera come motore dell’innovazione e della crescita del paese, nonostante costituisca la metà del valore aggiunto prodotto.
La maggioranza degli intervistati infatti pensa che il settore più importante per l’Italia sia il turismo (alberghi, agenzie di viaggio ecc) senza grande distinzione tra laureati e non, seguito dalla piccola industria e l’artigianato. Un’opinione che nasce, secondo la ricerca, da una serie di convinzioni consolidate nella popolazione: tra queste, che l’industria abbia ormai trasferito le produzioni all’estero, mantenendo nel Paese solo le funzioni di direzione e controllo, e che non sia più un valido indicatore di dinamismo dell’economia, soppiantata in questo dal settore dei servizi. E tutto ciò perché, secondo gli intervistati, esiste ed è visibile solo l’industria di grande dimensione e riconoscibile dal consumatore finale e non anche quella grande fetta di industria manifatturiera piccola e media che invece costituisce la parte più corposa del sistema produttivo italiano. Non a caso, le preferenze maggiori vanno ai settori delle telecomunicazioni, dell’informatica del lusso, comparti nei quali esistono forti marchi italiani famosi nel mondo che fanno molta pubblicità, producono emozione e per tale ragione sono noti anche al consumatore finale.
Di conseguenza, quindi, 2 italiani su 3 non sanno che l’Italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania e nel 43% dei casi gli intervistati ritengono che le fabbriche francesi, tedesche e britanniche siano migliori di quelle italiane.
Il lavoro in fabbrica
La prima conseguenza di questa realtà è la fine della fabbrica come luogo ambito nel quale lavorare, o come luogo nel quale vivere esperienze di impegno. Anzi, per i giovani del terzo millennio la fabbrica sembra essere un luogo vecchio, ottocentesco, superato, secondo la ricerca “la parte sommersa e buia dell’industria”; e fare l’operaio sembra essere - secondo i rilevatori - un mestiere senza scelte, senza studi, senza qualifiche professionali, ripetitivo, faticoso, senza prospettive di miglioramento, ultimo gradino della scala sociale rispetto al quale è quasi meglio la precarietà di un call center perché – è detto nelle rilevazioni qualitative della ricerca - “almeno è temporaneo e si è a contatto con la gente”. Appare invece migliore l’idea della fabbrica come luogo di lavoro nel quale c’è più tecnologia, più automazione, maggiori diritti e sicurezza per i lavoratori.
Quanto all’attitudine alla competizione, per oltre l’84% degli intervistati è giusto premiare soprattutto il merito perchè comporta più vantaggi che svantaggi per l’economia italiana, ma dalle risposte sembra emergere anche una certa latente insofferenza: infatti la maggior parte degli intervistati percepisce il lavoro nell’industria come più limitante rispetto al lavoro nel terziario, anche perché soffre la misurazione dei risultati.
I giovani
Un altro dato rilevante della Ricerca riguarda l’approccio dei giovani al mondo del lavoro. Il dato di partenza, presente diffusamente sia tra i laureati che tra i non laureati, è una certa sfiducia nella possibilità di trovare lavoro: per l’84% dei giovani le opportunità di trovare un’occupazione sono limitate o scarse e per il 15% sono molte o sufficienti. Se il titolo di studio sembra migliorare le prospettive (tra i laureati, i pessimisti che dichiarano poche o scarse opportunità scendono al 75%), per tutti i giovani intervistati, indipendentemente dal grado di istruzione, le maggiori occasioni di lavoro si trovano all’estero (per l’86% dei laureati e per il 67% dei non laureati) con qualche differenza sulle destinazioni: i laureati confidano più nelle opportunità offerte dagli Stati Uniti mentre i non laureati in quelle presenti in Gran Bretagna.
Dalla ricerca emerge anche da un lato che i giovani lamentano la tendenza delle aziende a privilegiare contratti brevi o a non assumere giovani senza esperienza lavorativa; dall’altro lato che cercano un impiego in ufficio, preferibilmente a due passi da casa, con scarse responsabilità ed orario ridotto “ fino alle cinque” tale da lasciare tempo ed energie per uscire la sera. La preferenza accordata per un lavoro creativo, stimolante e che consenta di far carriera , secondo la ricerca fa da contraltare alla sofferenza per i vincoli di subordinazione e per le responsabilità. Secondo la ricerca, comunque, quando si passa a scandagliare le occupazioni auspicate, i laureati indicano principalmente l’informatica, mentre i non laureati il turismo e si rileva che mentre per i primi lavorare nel commercio è l’ultima delle preferenze, per i secondi è in vetta alle scelte, al secondo posto.
Redazione – 28 gennaio 2009
