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Piu risorse per politiche attive e ammortizzatori sociali

Presentato il Rapporto sul mercato del lavoro 2009-2010


La grave recessione che ha colpito il Paese ha colpito l’occupazione in Italia con meno violenza che in altri Paesi. Per evitare che la disoccupazione diventi strutturale e appiattisca ulteriormente la crescita dell’economia occorrono tuttavia in futuro piu risorse per le politiche attive del lavoro e per gli ammortizzatori sociali , ma anche una diversa qualita di offerta del lavoro: il mercato chiedera infatti sia figure di piu alto livello sia figure per mansioni di basso livello.

E’ la previsione sul futuro dell’occupazione fatta dal Rapporto sul Mercato del lavoro 2009-2010 approvato dal Cnel il 20 luglio 2010.

Il rapporto analizza il comportamento del mercato del lavoro durante la fase di recessione piu grave dal secondo dopoguerra.

Il punto di partenza da cui muove il rapporto e la lettura della crisi come momento di rottura rispetto ad un trend storico. La profondita della crisi del 2009 ha implicazioni che vanno oltre il semplice passaggio congiunturale che abbiamo attraversato, trasmettendo alla ripresa appena avviata eredita di cui e ancora difficile cogliere completamente le implicazioni . Nel corso della crisi – e detto nel Rapporto - l’elasticita dell’occupazione al ciclo e stata relativamente divaricata nei diversi paesi ma, in generale - almeno in Europa, meno negli Stati Uniti - la dimensione delle perdite e risultata per lo piu di entita contenuta, una volta considerata la severita della recessione. Nel corso dell’ultimo biennio vi e stato quindi un diffuso fenomeno di labour hoarding.

La recessione si e in buona misura tradotta in una caduta ciclica della produttivita del lavoro: le ore lavorate si sono ridotte meno del Pil. Ma anche in una riduzione delle ore lavorate pro-capite: gli occupati cadono meno del monte ore. L’Italia rientra a pieno titolo fra i paesi che hanno evidenziato questo tipo di comportamenti; il caso piu clamoroso e quello della Germania, che non ha registrato alcuna riduzione dell’occupazione nel corso della recessione.

In una certa misura - si sostiene nel Rapporto - la parziale tenuta dei livelli dell’occupazione deriva anche dalle politiche, che hanno puntato sugli schemi di lavoro ad orario ridotto, come la Cig per l’Italia. Misure simili hanno trovato applicazione anche in altri paesi, come Giappone o Germania. Secondo il Rapporto, e certo che la crisi, modificando in maniera repentina le priorita, ha comportato un cambiamento di indirizzo anche nell’impostazione delle politiche del lavoro rispetto alle strategie avviate sin dagli anni novanta, e che avrebbero dovuto condurre il paese a conseguire i target indicati dalla strategia di Lisbona.

Soprattutto nei paesi europei ha prevalso l’obiettivo di evitare il distacco fra il lavoratore e il posto di lavoro, per prevenire uscite definitive, preludio all’ingresso nella disoccupazione di lungo periodo e alla determinazione di forme di isteresi della disoccupazione . Il buon esito delle politiche adottate nel corso della fase piu dura della recessione non chiude pero il dibattito: i tempi e la velocita della ripresa non paiono difatti sufficienti per determinare un rapido riassorbimento degli occupati in eccesso, soprattutto nell’industria. Tale circostanza apre la questione di quale possa essere la direzione piu opportuna per un’exit strategy delle politiche del lavoro, che sappia limitare le conseguenze sociali della crisi senza disincentivare le azioni di ricerca e di riqualificazione da parte dei lavoratori coperti da forme di sussidio.

Secondo le previsioni presentate nel rapporto, le conseguenze occupazionali della crisi non si sono del resto ancora completamente esaurite. In Italia la domanda di lavoro, in termini di unita di lavoro standard da contabilita nazionale, si riduce nel 2010 dell’1.4 per cento, anche se la contrazione degli occupati resta ancora meno pronunciata (-0.4 per cento). In presenza di una moderata ripresa nella crescita delle forze di lavoro (+0.6 per cento), si stima che nella media dell’anno il tasso di disoccupazione si posizionera all’8.7 per cento, due punti e mezzo al di sopra del valore toccato nel 2007 prima che arrivasse la crisi.

L’analisi sviluppata nel rapporto mette in evidenza diversi elementi di interesse. Un aspetto certamente rilevante e quello relativo al calo della partecipazione verificatosi in reazione alla caduta della domanda di lavoro. La caduta della partecipazione va cosi ad acuire il fenomeno della scarsa dinamica dell’offerta di lavoro, legato ad una demografia sfavorevole compensata solo dai crescenti afflussi di lavoratori immigrati. Il fenomeno e stato particolarmente intenso al Sud, sulla scorta di un diffuso effetto di scoraggiamento. La divaricazione territoriale nell’andamento della domanda di lavoro si trasferisce sull’andamento dell’offerta, ampliando il divario fra Nord e Sud.

Le peculiarita della crisi dal punto di vista macroeconomico hanno poi dominato in una certa misura gli effetti della crisi in base alle caratteristiche dei lavoratori. Una prima dimensione e quella settoriale: visto che la crisi e stata piu grave nei settori industriali, e anche in questi che si sono osservate le maggiori perdite di occupati. Una seconda caratteristica riguarda le tipologie contrattuali, visto che i lavoratori espulsi piu rapidamente dal processo produttivo sono stati quelli con contratti di lavoro temporanei. Tali caratteristiche hanno prevalso sulle altre dimensioni del mercato del lavoro, come ad esempio su quella di genere: la crisi ha portato perdite occupazionali maggiori fra i maschi, piu presenti nell’industria e nell’edilizia; oppure sulla composizione in base al livello d’istruzione, con perdite maggiori per i lavoratori con livelli d’istruzione inferiori.

Uno dei tratti che risaltano in misura maggiore e relativo alle conseguenze della crisi sulla base dell’eta dei lavoratori. Si osservano difatti spiccati effetti coorte, con una penalizzazione maggiore per i giovani. Di per sé e usuale che nel corso delle fasi di crisi le opportunita si riducano in misura sensibile per i lavoratori all’ingresso nel mercato e i giovani in particolare risentono di maggiori difficolta legate alla mancanza di esperienza. Nella fase attuale i giovani hanno anche risentito in misura particolare della crisi per la loro maggiore presenza relativa nei settori dell’industria e delle costruzioni, oltre che per la maggiore diffusione fra di essi dei contratti a termine.

Resta, infine, da chiedersi in che direzione muoversi per i prossimi anni. Le riforme degli anni novanta hanno aumentato la flessibilita del mercato del lavoro italiano; gli indicatori dicono che il nostro mercato non e meno flessibile degli altri paesi europei, anche in termini di incidenza dei contratti di lavoro temporaneo. Occorre pero aumentare la spesa nelle politiche attive del lavoro, e mettere ordine nel sistema degli ammortizzatori sociali. Conta soprattutto prepararsi a soddisfare le domanda di lavoro dei prossimi anni. Gli skill needs del prossimo decennio saranno diversi da quelli del passato, con una polarizzazione crescente della domanda verso le figure di livello piu alto e verso le mansioni meno qualificate. Una forza lavoro all’altezza delle esigenze del sistema produttivo e condizione necessaria per evitare che la disoccupazione piu elevata diventi strutturale, con effetti negativi sulla crescita potenziale dell’economia.

Cnel – luglio 2010


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